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E' finalmente online il nuovo sito dei GC Sardi. Il sito sostituisce questo blog che d'ora in poi non verrà più aggiornato.
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Facciamo il punto della situazione: l’8 febbraio l’intero esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti ha – in coerenza con la scelta scissionista della parte maggioritaria di Rifondazione per la Sinistra – rassegnato le dimissioni. Così hanno fatto pure i due portavoce e diversi altri compagni del coordinamento nazionale. In conseguenza di questo fatto eclatante, nel corso della stessa riunione del coordinamento, 16 compagni (espressione della maggioranza di Chianciano che governa il partito) hanno sottoscritto un dispositivo di condanna della scissione, proposto di rilanciare collegialmente l’organizzazione e di trovare le forme tramite cui definire un percorso che portasse alla IV Conferenza nazionale.
Ruolo dei Giovani Comunisti nell'onda.
Improvvisa, proprio come una mareggiata, un onda appunto. Imprevedibile, come un qualcosa che ti coglie alla sprovvista, o auspicabile, come del resto ci si doveva aspettare? Il movimento che ha scosso da ormai due mesi l'Italia intera ha colto tutti impreparati, per dirla con la parole di Gramsci: “sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, [...] chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente”. Ciò che in “Gli Indifferenti” suonava come una condanna, qui è una constatazione.
A Cagliari i collettivi scolastici e universitari abituati a organizzare assemblee di venti persone, a dare volantini per vedere cinquanta studenti ai sit-in di protesta, hanno assistito in questi mesi a cortei che contano 20, 30 mila persone! Si sono ritrovati fra le mani un carico di lavoro mai visto prima, hanno tentato d'organizzare la mobilitazione in modo organico e nel frattempo hanno acquisito consapevolezza nell'intento di fornire gli stessi strumenti d'indagine ai propri compagni, ai propri colleghi. Già alla fine di Ottobre si è costituito un coordinamento interfacoltà con l'intento di calendarizzare le iniziative e coordinare la lotta, dell'analogo strumento si sono dotati più tardi gli studenti medi e ci si ritrova oggi con una vera e propria forza politica che si occupa di temi che vanno oltre le rivendicazioni studentesche iniziali.
Non dare vita a coordinamenti stabili in questa fase sarebbe un suicidio politico. Dobbiamo essere capaci di sfruttare ciò che la risacca dell'onda lascerà a disposizione, non lasciare che si arresti sulla riva.
Bisogna constatare che quest'onda ha travolto tutti, chi si ritrova a viverla tutti i giorni e chi si ritrova a costruire gli argini necessari a difendersi. Ma l'onda non accenna a fermarsi, si prepara ad un percorso di non breve durata, indaga e si rinnova ogni giorno, portando con se la riscossa di quella generazione decisa a riscattarsi, a dimostrare a tutti che l'indagine critica della realtà è il suo cavallo di battaglia.
Quest'onda ha colpito anche noi, ha colpito i comunisti, ha colpito un organizzazione (la nostra) che per troppo tempo ha individuato ovunque tranne che nel conflitto la priorità del proprio agire politico. Ma il compito dei comunisti non è porre argini a questo fiume in piena, come i settori più reazionari del Paese tentano invano di fare; compito però dei comunisti non è neanche cavalcare quest'onda col rischio di cadere e farsi molto male. Compito dei comunisti è dare gambe alla mobilitazione, riempirla di contenuti essendone parte integrante e viva.
Negli ultimi anni i GC hanno investito tutto il loro impegno politico in quella “contaminazione” di cui oggi vediamo i risultati. Non siamo presenti in tutti i territori come parte attiva, non siamo in grado di coordinare le nostre azioni, non siamo dei referenti credibili per gli studenti, insomma in poche parole: non siamo. L’unica contaminazione che abbiamo subito è quella del “non essere”, e ciò nonostante continuiamo a predicare nei nostri documenti parole d’ordine che hanno già subito un processo di fallimento.
I Giovani Comunisti in questa difficile fase devono essere la parte più attiva della mobilitazione, devono esserne parte importante e indispensabile, devono costituirsi come tassello fondamentale di un qualcosa che esige la loro partecipazione, il loro impegno. Partecipare attivamente, vivere e comprendere il disagio che emerge, indirizzare quel disagio in un ragionamento più ampio, politico, che faccia formazione continua nei luoghi in cui il conflitto viene maturato giorno per giorno. Dalle occupazioni alle assemblee, dai malumori alle perdite di tempo, i compagni e le compagne devono seguire tutte le fasi della loro realtà locale, essere consapevoli che nonostante la lotta sia iniziata e prosegua anche senza di loro è proprio di loro che si sente il bisogno.
Ciò è possibile solo col sacrificio dei compagni impegnati nei singoli luoghi di studio, così com'è possibile nei posti di lavoro fra i lavoratori. Serve un'organizzazione giovanile che sappia coordinare i compagni impegnati nelle scuole e nelle università, che li sappia fornire un indirizzo politico-organizzativo, che non li lasci allo sbaraglio come cani sciolti nel movimento. L'esigenza di una dirigenza diffusa si trasforma dunque da concetto presente nei nostri documenti politici a necessità impellente. In questo modo sarebbe possibile un'azione concreta, efficace e coordinata, per una mobilitazione che più cresce e più necessita di questo contributo. In questo contesto è auspicabile che i coordinamenti federali, regionali e nazionale dei GC diventino un reale punto di riferimento per i compagni impegnati nei territori, come strumenti in grado di fornire direttive chiare sul come comportarsi nella propria realtà locale e per portare le rivendicazioni locali ad un processo di sintesi nazionale.
L'autonomia del movimento è indispensabile quanto quella della nostra organizzazione. Non solo, se da una parte la nostra autonomia deve andare di pari passo col contributo politico che forniamo; dall'altra questo contributo è indispensabile per evitare che l'onda muoia senza lasciare nulla dietro di se. Impariamo dagli errori del passato, inseguire o sciogliersi nel movimento non aiuta il movimento stesso. Dobbiamo lavorare dentro il movimento ma contemporaneamente rendere vivo il partito, arricchendolo con quest'esperienza, affinché i compagni impegnati non subiscano il riflusso del movimento come spettatori ma continuino a portare avanti le istanze sollevate grazie al partito e a ciò che rimarrà della grande onda sollevatasi.
La ragione di questa necessità la si trova anche nel contesto in cui l'onda è nata, come movimento di contestazione al duro attacco all'istruzione, sottolineando di non voler preservare lo status quo e ampliando la propria analisi alle riforme che già in questi ultimi 15 anni hanno attaccato il diritto allo studio. Ma questo non basta e gli studenti di tutta Italia lo hanno ricordato già all'assemblea nazionale del movimento il 15 e 16 a La Sapienza: l'unità fra studenti e lavoratoti acquista significato proprio contestualizzando il problema dell'istruzione con le contraddizioni di tutta la società. Siamo difronte all'ennesimo fallimento del sistema di produzione capitalistico, dei suoi rapporti di produzione, delle sue contraddizioni intrinseche. “Noi la crisi non la paghiamo”, uno slogan di un peso politico straordinario, che va ben oltre un'autoriforma dell'università, il quale richiede un contributo politico complessivo che il partito della rifondazione comunista ha il dovere di fornire.
Lenin lettore di Marx.
Determinismo e dialettica nella storia del movimento operaio
Di Gianni Fresu
(Prefazione di Nicola Tranfaglia)
Tra la maggioranza degli storici del pensiero politico contemporaneo, sociologi, politologi e opinionisti di varia natura, è oramai consolidata una tendenza a rappresentare sommariamente Lenin come un «dottrinario» rigido e ortodosso. Il Novecento è stato già archiviato come il secolo degli orrori, delle dittature, e all'interno di questa lettura apocalittica Lenin è stato individuato come l'origine del peccato, come il diavolo a cui vanno imputate tutte le sciagure e i lutti di un «secolo insanguinato», fascismi compresi. A novanta anni dalla rivoluzione d’ottobre, la necessità di ritornare sulle premesse filosofiche dell’opera e dell’attività di Lenin sorge anzitutto dall’esigenza di evitare simili scorciatoie e avviare un lavoro analitico il più possibile serio e rigoroso. Ciò è necessario se si ha l’ambizione di comprendere fino in fondo l’evento che maggiormente ha segnato la storia dell’umanità nel corso del Novecento. Lenin lettore di Marx nasce da questa urgenza.

Terzo giorno di scontri in Grecia. Nuova battaglia a Salonicco tra studenti e poliziaIn pieno centro i dimostranti, almeno trecento, dopo aver cercato di attaccare un commissariato hanno assaltato negozi e distrutto veicoli in sosta, dando luogo a scene di vera e propria guerriglia urbana.
Tre agenti feriti negli scontri con gli studenti nella città greca di Trikala, mentre ad Atene gli studenti hanno occupato le università.
Occupato il consolato greco a Berlino
Si e' conclusa in serata, dopo otto ore, l'occupazione pacifica del Consolato greco di Berlino da parte di una ventina di dimostranti che questa mattina erano entrati nell'edificio in segno di protesta per la morte di Alexis Grigoropoulos, lo studente di 15 anni ucciso dalla polizia sabato scorso ad Atene.
Secondo quanto scrive l'agenzia di stampa tedesca Dpa, non ci sono stati arresti. I manifestanti hanno sostituito la bandiera greca con un lenzuolo bianco con il nome del ragazzo e la scritta 'Assassini di Stato' e, nel corso della giornata, sono rimasti seduti in alcune stanze del Consolato. Il gruppo, spiega la Dpa, ha consegnato alle autorita' greche una lettera di protesta. Intanto, circa 60 dimostranti sono rimasti davanti al Consolato, controllati a vista da circa 120 poliziotti.
Karamanlis convoca vertice di governo
Il premier greco Costas Karamanlis ha riunito questa sera un vertice ristretto di governo per discutere la situazione, alla vigilia dell'incontro che avrà domani con il presidente della repubblica Karolos Papoulias. Karamanlis si è riunito con i ministri di Esteri, Interno, Difesa, Economia per discutere la situazione sulla scia dei disordini che stanno attanagliando Atene e le principali città del Paese dopo l'uccisione di uno studente sabato scorso.
Domani Karamanlis si incontrerà, dopo aver parlato col presidente, anche con i leader di tutti i partiti di opposizione, a cominciare da quello del Pasok, Giorgio Papandreou, e tutti gli altri partiti.

A volerla trovare, una differenza tra i due personaggi c'è. Tutta politica, anche se non dipende esattamente da loro. Al primo, per sua stessa ammissione, «le primarie non le chiedono i miei avversari dentro la mia stessa maggioranza: perché dovrei chiederle io?». Al secondo, le primarie le chiedono in diversi: e una parte di chi non le chiede apertamente, sotto sotto ci spera e ci lavora. Il primo è Nichi Vendola, governatore della Puglia; il secondo Renato Soru. Insieme al dibattito organizzato da Rifondazione comunista, su autonomia e rinascita, che è pure il tema del quarto congresso regionale del partito. Allora il presidente della Sardegna coglie la palla al balzo: «Aspetterò due settimane il possibile candidato per le primarie di coalizione. Trascorso questo tempo il candidato del centrosinistra sarò io». La dice così, semplicemente.
Poi la spiega bene: dice di essere favorevole alle primarie, sempre, ma anche che la consultazione «non deve servire per farci perdere le elezioni. E io non voglio ascoltare tanto quelli che vogliono perdere le elezioni». Il ragionamento è netto: le elezioni regionali sono molto più vicine di quanto possano sembrare, allora è inutile e dannoso perdere altro tempo. C'è una campagna elettorale da iniziare in modo chiaro, quindi «è necessario che le primarie, da fare non sui nomi ma sui progetti dei candidati, si debbano tenere entro gennaio, anche per dare modo al vincitore di farla con una coalizione compatta». Quindici giorni sono un tempo ragionevole «per presentare un programma, raccogliere le firme e fare il nome di un candidato».
In un colpo solo da una parte mette gli alleati davanti alla chance di presentare un nome alternativo al suo, e tutti quelli che lo chiedevano potrebbero rispondere. Dall'altra è un messaggio anche per il centrodestra: noi ci siamo. E non è poco, visto che dall'altra parte è sfumata l'opzione Beppe Pisanu, unico in grado di accontentare tutti, e si pensa di lavorare al programma prima del candidato: lì non ce n'è neppure uno, anche se potranno contare sulla macchina organizzativa di Silvio Berlusconi e sull'apporto neanche tanto indiretto di diversi ministri pronti a parlare qui e là della Sardegna.
È l'unico momento in cui Soru si prende tutta la scena. E pure gli applausi convinti del popolo di Rifondazione: che questi due, lui e Vendola, piacciono. Luciano Uras, capogruppo in Consiglio regionale, li presenta come «due tra i presidenti con più personalità per capacità propositiva, guardati dalle altre regioni come un esempio». Piacciono, questi due personaggi, e si piacciono pure a vicenda. Rispondono alle domande di Filippo Peretti, de “La Nuova Sardegna” e presidente dell'Ordine dei giornalisti isolano, dicendo cose tipo: «Adesso, Renato, ti dico questa cosa», oppure «forse Nichi non sa che...».
E invece le sanno, le cose. Perché sono molto simili, i risultati e gli obiettivi: anche se uno viene da Rifondazione e l'altro dal Partito democratico. C'è l'interesse per la scuola e l'istruzione, a esempio, con l'assegno di merito per gli studenti sardi («Seimila euro l'anno a fondo perduto», ricorda Soru, «perché prima di darli a imprenditori che vengono qui in Sardegna per aprire una fabbrica e poi se ne vanno, preferiamo permettere ai figli della nostra terra di studiare tranquillamente») o la sede del Dams a Lecce (perché, rilancia Vendola «molti degli studenti che vanno a Bologna arrivano dal Salento, e chissà quante famiglie non potranno più premetterselo»).
C'è l'interesse per l'ambiente, con il piano paesaggistico in Sardegna e la ripulitura dall'amianto di diverse spiagge in Puglia; c'è l'attenzione per le fonti energetiche rinnovabili ma non per lo sfruttamento selvaggio a favore di pochi imprenditori; c'è la sanità insieme alla necessità di ridurre i costi della politica e snellire la pubblica amministrazione: ereditate dalle precedenti giunte di centrodestra in condizioni molto diverse da quelle attuali. E così via, secondo due percorsi che sono molto simili in tutte le idee generali: anche per quanto riguarda gli investimenti in porti e aeroporti, non solo come strumento per far arrivare turisti ma per aprirsi al mondo. Che è vasto , e non è che siccome una è un'isola e l'altra il tacco d'Italia le due regioni devono restare chiuse in sé stesse.
A pensarci, è proprio l'idea delle due terre proiettate sul mondo a rendere Soru e Vendola così simili. Al di là del documento sottoscritto due giorni fa a Palermo insieme alle altre regioni del Mezzogiorno, dai termini - fa notare Peretti - forse un po' antiquati. Però il punto era mettere in evidenza che c'è un sud che ha voglia di fare, di rilanciarsi: «Non è tutto Gomorra, se ci convinciamo di questo», dice Vendola, «allora è proprio finita».
Il richiamo alla questione meridionale sta tutto lì: non più quella in voga sino a 20 anni fa, quanto una replica alla questione settentrionale venuta fuori in questi anni. La prima basata su unificare e sulla speranza della crescita, dicono, la seconda sulla separazione e sulla paura. Allora c'è una sola via: «Dobbiamo essere meglio del nord e, allo stesso tempo», è Soru a spiegarla, «stare attenti a non farci fregare».
Differenze pochissime. Fatica, Peretti, a farli andare in contraddizione tra loro. Se Soru è accusato di dirigismo, Vendola chiarisce che per lui l'accusa è di essere un poeta: «Ma ho abbandonato Foscolo per le delibere», dice e sorride. Prendono applausi, tanti e convinti, alla fine di questo incontro. Vengono da strade diverse e si sono incontrati, parlano alla stessa gente e piacciono in maniera uguale. In un caso e nell'altro, non sarà poesia. Ma empatia, quella sì.

