venerdì 3 ottobre 2008

Ma il lavoro è una merce?

Gianni Loy
Se Air France o Lufthansa potessero pagare a metà prezzo il kerosene, o se le società aeroportuali applicassero tariffe differenziate per favorire le rispettive “compagnie di bandiera” dei rispettivi paesi, ci troveremmo di fronte ad una palese violazione dei tanto sbandierati principi della concorrenza.

Ma se una compagnia aerea, per rimanere nel mercato in posizione concorrenziale, o per sopravvivere, dimezzasse le retribuzioni dei propri dipendenti non corre alcun rischio di incorrere negli strali di Bruxelles. E perché mai? Non è forse semplicistico per una compagnia aerea, stare a galla, in questo caso in aria, grazie alla possibilità di risparmiare pesantemente sui salari? Così son buoni tutti, si direbbe dalle nostre parti.

Il lavoro è una merce. Uno dei fattori della produzione assieme a materie prime, apparecchiature, tasse e kerosene. Ma, curiosamente, mentre la maggior parte di quei beni ha un costo fisso, o quasi, scarsamente negoziabili, sul lavoro sono consentiti ampi margini di manovra. Eppure è la merce più pregiata, perché coinvolge uomini e donne, persone, sino a determinare la qualità della loro esistenza. Perché la CAI non sceglie di risparmiare sul kerosene, o sull’Iva, o sui diritti aeroportuali?

La verità è che questa merce, il lavoro, si va deprezzando. E’ diventato il ventre molle di una globalizzazione che alcuni dei suoi fautori, anche da noi, incominciano a rinnegare ed a vedere con sospetto.
Qualche giorno fa, in un quotidiano di Madrid, veniva esaltato il fatto che nella provincia si è registrato il minor incremento del costo del lavoro di tutta la Spagna. E c’è per questo da stare allegri? Certamente! Perché la morale, peraltro esplicita, era costituita dal conseguente invito ad investire in quel territorio, reso più appetibile dal minor costo del lavoro.
La questione è che si è smesso di esaminare i fenomeni dal punto di vista del lavoro, della dignità e dei bisogni delle persone, considerandoli una “semplice” variabile dipendente dalle fortune dell’impresa.
In questi giorni si sta aprendo una fase di discussione tra sindacati e Confindustria che potrebbe rimettere in discussione una conquista della classe operaia di quasi mezzo secolo, fondata sul doppio livello di contrattazione, quella nazionale di categoria e quella, peraltro eventuale in funzione della forza contrattuale del sindacato nell’azienda. Sarebbe sufficiente un solo livello, volendosi privilegiare quello aziendale, dove a sua volta si vorrebbe che il salario fosse sempre più misurato sulla base della produttività e della redditività dell’azienda. L’ipotesi affascina. Come tutte quelle che promettono, anche se semplicisticamente, semplificazioni burocratiche. Ci casca anche qualche commentatore ritenuto “in quota alla sinistra”, come se il cambiamento fosse sinonimo di progresso. Ma la contrattazione nazionale, secondo l’assetto attuale, quello concordato con il protocollo del luglio 1993, è volta proprio a stabilire i livelli minimi contrattuali per tutti gli appartenenti alla categoria, compreso il recupero dell’inflazione, dopo la scomparsa della scala mobile, per tutti, compresi soprattutto quelli che non hanno l’opportunità o la forza di incrementare il proprio salario mediante la contrattazione aziendale, oggi riservata ai soli incrementi salariali legati alla produttività ed alla redditività.
Eliminare il livello nazionale, soprattutto in un sistema, come quello italiano, domeve non esistono minimi salariali fissati per legge, significherebbe una grave perdita di tutela per i lavoratori di più basso reddito. I lavoratori “forti”, infatti, in un modo o nell’altro, riuscirebbero probabilmente a cavarsela anche ricorrendo al contratto individuale, pericolosa lusinga che ormai sta dietro l’angolo e che finirebbe ancora una volta per togliere ai poveri per dare ai ricchi (relativamente).
L’art. 36 della Costituzione, peraltro, che garantisce anche a livello giudiziario una retribuzione minima sufficiente “ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (sic!) trova oggi diffusa attuazione giudiziaria mediante un rinvio ai minimi salariali stabiliti dalla contrattazione nazionale di categoria. Il livello nazionale, insomma, è quello che fissa il salario minimo richiamato, storicamente, dalla nostra costituzione. Peraltro, l’idea di ampliare sempre più la quota variabile del salario legata alla produttività, di per sé legittima se mantenuta entro limiti fisiologici, fa da schermo ad un altro possibile inganno. Legare le maggior retribuzioni alla redditività dell’impresa, posto che questa deriva non solo (a volte per niente) dalla qualità del lavoro dei dipendenti che, pur essendo elevata, può essere vanificata dalle scelte imprenditoriali, significa far gravare sui lavoratori il rischio di scelte strategiche errate dell’imprenditore.
Ma anche legarlo alla produttività può esser fonte di possibili equivoci, se si pensa che questa non dipende solo dalla capacità e dall’applicazione dei dipendenti. In tal caso è più che legittimo ed opportuno tener conto del rendimento individuale e collettivo dei lavoratori, a patto di contenerlo entro limiti che non ripropongano, sotto mentite spoglie (incentivo) i fenomeni più negativi del cottimo. Ma la produttività, sia chiaro, può anche dipendere dai sistemi di produzione e di organizzazione del lavoro adottati dall’impresa. In tal caso, ancora una volta il lavoratore finirebbe per accollarsi , almeno parzialmente.
Cambiare si può, certo, ma prestando la dovuta attenzione a quale sia la posta in gioco e quali le possibili conseguenze delle novità che i vorrebbero introdurre.

Il manifesto sardo, 01/10/2008

giovedì 2 ottobre 2008

Taglia la Gelmini

Giovedì daremo il via alle danze davanti al ministero dell’istruzione, dove “taglieremo” la Gelmini e porteremo la voce degli studenti con il nostro microfono aperto.






Taglia la Gelmini

martedì 30 settembre 2008

Le migrazioni interne, motore dello sviluppo economico cinese

Cari tutti,

qualche giorno fa il Giornale di Sardegna mi ha pubblicato un piccolo articolo sulle migrazioni interne in Cina. Ve lo ripropongo, convinto che il partito ed il movimento operaio, su molte questioni internazionali di estrema importanza, sia quantomeno disattento.

Saluti comunisti,

Enrico Lobina

Le migrazioni interne, motore dello sviluppo economico cinese

Negli anni ottanta i cinesi che andavano dalle campagne alle città erano 30 milioni. Oggi sono 180, e molti dicono arrivino a 200. Da quando Deng Xiaoping ha permesso ai contadini di vendere parte del proprio raccolto, la produttività delle campagne è aumentata. Tutta quella gente là non serviva più.


Aggiungeteci l’industrializzazione, e la combinazione è perfetta. I migranti son stati causa ed effetto del boom economico cinese. Oggi sono il vero segreto della fabbrica del mondo. E non diminuiscono. 150 milioni di lavoratori delle campagne sono ancora in sovrappiù. Al contrario, nel 2004 nella sola regione del Delta del Zhujiang c’era bisogno di 2 milioni di lavoratori migranti.

Son loro la vera ricchezza delle città. Scappano da salari di fame e arrivano in città disposti a lavorare per meno della metà degli altri. Un migrante guadagna in media 60 euro al mese. Un lavoratore cittadino 140. Una parte importante di quei magri salari fa il viaggio inverso, va in campagna a sfamare moglie e parenti. Ogni migrante manda circa 500 euro l’anno a casa.

Fanno i lavori che i cittadini non vogliono più fare. Son migranti 4 manovali su 5, un minatore su 2, un cameriere su 2 e il 70% di coloro che fabbricano materiali elettronici. Le donne son meno degli uomini, e vengono pagate di meno.

A parte le Olimpiadi, durante le quali son stati mandati via, li vedi dappertutto. Se son manovali vivono in prefabbricati ai lati dei cantieri. Spesso condividono il letto con un altro e sono in 6 in stanza. Verranno pagati a fine lavoro. Se il caporale non scappa prima coi loro soldi.

Le leggi che difendono i lavoratori esistono. Ma spesso non vengono applicate. E i migranti, cittadini di serie B per definizione, son coloro che più direttamente subiscono questa situazione. Son cittadini di serie B perché il loro hukou, certificato di residenza, non permette di avere gli stessi diritti di chi in città è nato.

Il governo da una parte lotta per migliorare le condizioni di vita dei migranti. Dall’altra evita a tutti i costi che centinaia di milioni di contadini vengano in città. Le città cinesi non sono come quelle indiane. Non c’è chi vive di elemosina e affini.

I lavoratori migranti, da parte loro, non son contenti. E protestano. Ogni anno sono decine di migliaia gli scioperi, le proteste, i blocchi stradali, le occupazione delle fabbriche e gli scontri con la polizia. Non hanno che da perdere le loro catene, si diceva una volta. Ed è bene che facciano sentire la loro voce. Forse proprio di questo ha bisogno il governo.

sabato 27 settembre 2008

Paolo Ferrero ad Affaritaliani.it: nessun riavvicinamento con Veltroni


Venerdí 26.09.2008 10:32
"Non vedo elementi di riavvicinamento" con il Partito Democratico. Lo afferma ad Affaritaliani.it il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero. "E' vero che Veltroni si è messo a fare opposizione con toni più duri nei confronti di Berlusconi, però, ad esempio, nulla è cambiato rispetto a Confindustria e rispetto e ai temi fondamentali. Saluto positivamente questi toni più duri di Veltroni contro il premier, ma francamente non vedo cambiamenti di rotta strategici. Rapporti ovviamente ne abbiamo con il Pd, ma continuo a pensare che non vi sono le condizioni per un accordo organico e di governo con il Partito Democratico". E le relazioni con gli altri partiti della sinistra radicale? "Ci sono rapporti, tant'è che facciamo insieme la manifestazione dell'11 ottobre con Verdi, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e con tutte le forze della sinistra". Con la legge elettorale per le Europee che vuole la maggioranza - sbarramento al 5% - è possibile riproporre un'alleanza dei partiti della sinistra? "Abbiamo deciso di andare con il simbolo di Rifondazione Comunista e in ogni caso questa discussione verrà fatta, se la legge ci sarà, dopo e non prima. Ora non entro nel merito. La decisione è quella di andare con il simbolo di Rifondazione e di cercare convergenze sul nostro simbolo con chiunque ci stia e sia disponibile. Se poi ci saranno fatti nuovi che ci obbligano a ridiscutere... ridiscuteremo ma questa è stata la scelta decisa dal congresso". E infine: "Sono impegnato a costruire un'opposizione di sinistra in questo Paese, che deve partire dalla piazza anche perché in Parlamento non c'è".

venerdì 26 settembre 2008

Liberazione sciopera contro il Prc


Matteo Bartocci
Oggi edicola più povera. Non ci sarà Liberazione per uno sciopero immediato indetto ieri pomeriggio dall'assemblea dei giornalisti. Una protesta estrema, decisa praticamente all'unanimità, contro il Prc: un «partito editore» che non ha ancora formalizzato nessuna decisione sul futuro del giornale. I giornalisti criticano perfino il comportamento «antisindacale» del partito comunista, con un bilancio ancora riservato e decisioni importanti come il taglio alla free press di Roma e Milano adottate improvvisamente dal cda della testata (Mrc Spa, società al 100% del Prc) senza informare prima direzione e redazione. Scelte drastiche contro cui i giornalisti si batteranno anche oggi con un «picchetto» e un presidio pubblico nella sede del partito e del giornale da mezzogiorno. Lo striscione che calerà dalle finestre di via del Policlinico parla chiaro: «Liquidazione comunista». Contrari invece a uno sciopero che giudicano «puramente politico» i poligrafici della testata, rimasti regolarmente al lavoro. Dopo mesi di voci incontrollate, ieri mattina il presidente del cda Sergio Bellucci ha incontrato il segretario Paolo Ferrero portandogli per la prima volta i conti ufficiali della testata. In serata è stata la volta dell'amministratore delegato. Il bilancio del giornale (pubblicato a norma di legge il 30 agosto scorso) presentava un deficit per il 2007 di 2.038.964 euro. Una voragine ripianata come sempre dal partito. Secondo voci non confermate, la perdita di quest'anno aggravata dai tagli di Tremonti potrebbe arrivare al doppio. Ferrero (contestato oggi come accadde a Bertinotti nel '97-'98) si schiera dalla parte dei lavoratori: «Scioperano contro di me e rispetto le loro ragioni. Certe scelte però non dipendono da me e devono partire dai dati reali. Ho ricevuto il bilancio solo stamattina (ieri per chi legge, ndr ) e ho ribadito al cda la richiesta di informare immediatamente la redazione e di presentarmi proposte di intervento in una situazione di crisi difficilissima». Già stamattina il caso Liberazione sarà discusso in segreteria. Risposte che non convincono affatto la redazione, che non esita a denunciare un «rimpallo disastroso fra proprietà, società editrice e direzione» e accusa il partito di «evidente passività» di fronte alla possibile chiusura del suo giornale. «E' Rifondazione che deve dire cosa vuol fare di Liberazione , quanti soldi ci mette, etc., il cda può fare un piano solo sulla base delle indicazioni della proprietà, cioè del Prc. Lo stesso cda però sfugge a un chiarimento con noi», spiega Andrea Milluzzi del cdr. Obiezioni a cui risponde in serata lo stesso Sergio Bellucci, presidente di Mrc Spa: «E' vero, con il cdr finora abbiamo avuto solo contatti informali ma sanno che tutte le nostre scelte servono a mantenere in vita il giornale. Faremo veramente di tutto perché Liberazione non chiuda». Bellucci smentisce anche un aggravamento dei conti: «Ricavi e vendite non sono lontani dagli anni scorsi. La situazione di oggi è critica soprattutto per i tagli all'editoria e per l'assenza dei finanziamenti di un partito escluso dal parlamento».

giovedì 25 settembre 2008

comunicato stampa Dipartimento Scuola PRC

Comunicato stampa dipartimento scuola e formazione Prc.

GLI INSEGNANTI DI RELIGIONE GUADAGNANO DI PIU’: IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE.

Una sentenza del Tribunale di Roma ha condannato il Ministero della Pubblica Istruzione per un prolungato atto discriminatorio nei confronti degli insegnanti precari, vincitori di un pubblico concorso ed inseriti regolarmente nelle graduatorie su posto comune, a vantaggio degli insegnanti di religione cattolica (nominati dal Vicariato ed immessi in ruolo senza concorso). A questi ultimi, durante il periodo di precariato, è riservato un trattamento di favore che consiste in un aumento dello stipendio del 2,5% ogni 2 anni. Dopo 8 anni gli insegnanti di religione guadagnano 130 euro netti in più al mese rispetto ad una/un collega che insegna italiano, matematica, scienze,…Il ricorso fatto, e vinto, dalla professoressa Rizzuto di Roma (alla quale è stato riconosciuto un risarcimento di 2.611,35 euro) crea un importante precedente.

IL PRC METTE A DISPOSIZIONE DEI PRECARI DELLA SCUOLA CHE VORRANNO VEDERSI RICONOSCIUTO IL MEDESIMO DIRITTO, UN UFFICIO LEGALE PER I RICORSI.

Per contatti telefonare alla segreteria del dipartimento nazionale scuola del Prc ai seguenti numeri, 06.44182257 – 06.44182236 o scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica scuola.prc@rifondazione.it

Roma, 25 settembre 2008 Gennaro Loffredo
Resp. Naz. Dip. Scuola e Formazione Prc

lunedì 22 settembre 2008