giovedì 28 maggio 2009
lunedì 20 aprile 2009
venerdì 27 marzo 2009
"Verso il 4 Aprile – Riaccendiamo la lotta" ASSEMBLEA PUBBLICA 2 APRILE
Il Collettivo Studenti di Sinistra e i Giovani Comunisti della federazione del PRC di Oristano organizzano presso la sala CPS del Liceo Classico S.A De Castro di Oristano un’assemblea pubblica dal titolo “Verso il 4 Aprile – Riaccendiamo la lotta” che si terrà giovedì 2 Aprile dalle ore 16.30.
L’assemblea sarà un momento di informazione e di discussione su temi riguardanti la scuola, dei quali si parlerà in generale ma ponendo un occhio di riguardo al nostro territorio non immune agli effetti dei tagli all’istruzione.
In un periodo di crisi come questo tanti Paesi non solo non tolgono un euro per l’istruzione pubblica ma anzi ne incrementano i finanziamenti puntando su essa e sui loro giovani a differenza del governo nostrano che taglia miliardi di euro alla scuola abbassandone la qualità e cercando con la sua politica (non solo scolastica ma anche sociale) di istituzionalizzare la differenziazione per ceti sociali.
Si discuterà principalmente di diritto allo studio, degli ultimi provvedimenti riguardanti la scuola e del disegno di legge Aprea, della situazione territoriale a seguito dei tagli agli organici, del movimento studentesco a Oristano e in Sardegna.
Aprirà l’assemblea Marco Contu dei Giovani Comunisti, coordinerà i lavori Davide Pinna rappresentante del Liceo Classico e componente del Collettivo Studenti di Sinistra, parteciperanno Anna Busi della FLC CGIL, Gianluigi Deiana dei COBAS SCUOLA e Matteo Quarantiello responsabile reg.le per l’Università dei Giovani Comunisti che relazioneranno sui temi del giorno.
Collettivo Studenti di Sinistra
Giovani Comunisti
L’assemblea sarà un momento di informazione e di discussione su temi riguardanti la scuola, dei quali si parlerà in generale ma ponendo un occhio di riguardo al nostro territorio non immune agli effetti dei tagli all’istruzione.
In un periodo di crisi come questo tanti Paesi non solo non tolgono un euro per l’istruzione pubblica ma anzi ne incrementano i finanziamenti puntando su essa e sui loro giovani a differenza del governo nostrano che taglia miliardi di euro alla scuola abbassandone la qualità e cercando con la sua politica (non solo scolastica ma anche sociale) di istituzionalizzare la differenziazione per ceti sociali.
Si discuterà principalmente di diritto allo studio, degli ultimi provvedimenti riguardanti la scuola e del disegno di legge Aprea, della situazione territoriale a seguito dei tagli agli organici, del movimento studentesco a Oristano e in Sardegna.
Aprirà l’assemblea Marco Contu dei Giovani Comunisti, coordinerà i lavori Davide Pinna rappresentante del Liceo Classico e componente del Collettivo Studenti di Sinistra, parteciperanno Anna Busi della FLC CGIL, Gianluigi Deiana dei COBAS SCUOLA e Matteo Quarantiello responsabile reg.le per l’Università dei Giovani Comunisti che relazioneranno sui temi del giorno.
Collettivo Studenti di Sinistra
Giovani Comunisti
domenica 8 marzo 2009
Disastro Rifondazione a Cagliari Organizzazione della lotta di classe invece che vecchie, noiose e vuote parole
di Enrico Lobina
La sconfitta di Soru segna una fase nuova a livello regionale. A livello nazionale, è la conferma dell’irrobustimento di un regime clerico-fascista, apparentemente democratico. Questo, come il fascismo del ventennio, ha un consenso sociale di massa. Negli ultimi vent’anni, complice la modificata situazione internazionale, la P2 e gli apparati deviati, Berlusconi ha costituito un blocco sociale interclassista, il quale risponde agli interessi della borghesia stracciona dello stivale.
In Sardegna abbiamo pensato che Renato Soru potesse arginare la valanga di destra. Non è stato così. Scelte discutibili (alcuni limiti posti al PPR nelle zone interne, per esempio), uno scarso interesse alla creazione del consenso verso le colossali riforme varate, un’attenzione non adeguata alla politica industriale e alle politiche attive per il lavoro, insieme ad uno strapotere mediatico della destra, hanno portato una netta sconfitta per Renato Soru ed il PD. Infine, in un contesto in cui si impone un nuovo fascismo, era difficile ribaltare i rapporti di forza.
Le liste a sinistra del PD (Rifondazione Comunista, Rosso Mori, Comunisti Italiani, La Sinistra) hanno complessivamente raggiunto il 9.25%, pari a 75.535 voti. Le liste comuniste (PRC, PdCI) arrivano al 5.1%, pari a 41.375 voti. Un risultato che fa ben sperare in vista delle europee, dove solo chi supererà il 4% avrà una rappresentanza al Parlamento di Bruxelles.
Alle elezioni regionali del 2004 il PRC sfondò il 4% da solo, con il 4,09% e 34.142 voti. Nel 2009, il 3,16% (25.778 voti) segna una flessione non lieve. Si perdono 8.364 voti. Il PdCI cresce pochissimo dal punto di vista percentuale (dall’1,86% all’1,91%) mentre dal punto di vista assoluto perde una ventina di voti.
Il risultato di Rifondazione cambia notevolmente a seconda della provincia. Il disastro per il PRC è avvenuto a Cagliari. Siamo passati dal 4,62% (12.912 voti) del 2004 al 2,62% (7.066 voti) del 2009. In cinque anni si sono persi 5.846 voti. Il dato del comune di Cagliari è ancora più triste: nel 2004 il PRC si attestò nel capoluogo al 4.06% (3.407 voti), mentre nel 2009 si ferma al 2,03 (1.587 voti). Perdiamo 1.820 voti. Abbiamo più che dimezzato i consensi. Veniamo superati dai Rosso Mori (2.85%), da La Sinistra (2.75%) e i Comunisti Italiani prendono solamente 174 voti in meno del PRC.
L’analisi dei dati elettorali del PRC cagliaritano potrebbe continuare, per andare per esempio a constatare che, mentre diminuiscono di molto i voti al partito aumentano i voti di preferenza. Segno che l’intellettuale collettivo, di gramsciana memoria, non c’è più. Anzi. Si usa il partito come luogo di gestione del (piccolo) potere e non come luogo di costruzione di un gruppo dirigente diffuso e all’altezza. Ma, probabilmente, questo è stato l’errore più grave del peggior gruppo dirigente del PCI, quello berlingueriano, che ha in Luigi Cogodi un autorevole rappresentante.
Che fare? Innanzitutto, abbandonare la retorica sterile sull’autonomia, la rinascita, la rinaturalizzazione, l’art. 13 e le politiche attive del lavoro. Sono state sonoramente bocciate, dalla storia e dalle elezioni. Quanti posti di lavoro a tempo indeterminato hanno creato le cosiddette politiche attive per il lavoro, per esempio quelle dell’Agenzia Regionale per il lavoro?
I comunisti esistono perché hanno dimostrato scientificamente che la contraddizione che muove l’intera società è quella tra chi sfrutta e chi è sfruttato, tra il capitale e il lavoro. Il nostro compito è organizzare quelle lotte, e non pensare che le istituzioni possano risolvere i problemi del capitalismo. Il capitalismo si lotta creando egemonia e contro potere nella società, e le istituzioni sono solamente una parte della società (ricordate Gramsci?).
Agli operai di Eurallumina, e a tutti i metalmeccanici e i chimici che stanno per perdere il loro posto di lavoro, ai precari e ai disoccupati, dobbiamo proporre la lotta e forme di autorganizzazione. Per troppo tempo abbiamo pensato che un assessorato o un’agenzia potesse essere la soluzione. Non è mai stato così, e non lo sarà mai.
C’è bisogno di una profonda riflessione, della sinistra e dei comunisti. Una conferenza programmatica, che individui un nuovo blocco sociale e nuove forme organizzative, può essere un primo passo.
La sconfitta di Soru segna una fase nuova a livello regionale. A livello nazionale, è la conferma dell’irrobustimento di un regime clerico-fascista, apparentemente democratico. Questo, come il fascismo del ventennio, ha un consenso sociale di massa. Negli ultimi vent’anni, complice la modificata situazione internazionale, la P2 e gli apparati deviati, Berlusconi ha costituito un blocco sociale interclassista, il quale risponde agli interessi della borghesia stracciona dello stivale.
In Sardegna abbiamo pensato che Renato Soru potesse arginare la valanga di destra. Non è stato così. Scelte discutibili (alcuni limiti posti al PPR nelle zone interne, per esempio), uno scarso interesse alla creazione del consenso verso le colossali riforme varate, un’attenzione non adeguata alla politica industriale e alle politiche attive per il lavoro, insieme ad uno strapotere mediatico della destra, hanno portato una netta sconfitta per Renato Soru ed il PD. Infine, in un contesto in cui si impone un nuovo fascismo, era difficile ribaltare i rapporti di forza.
Le liste a sinistra del PD (Rifondazione Comunista, Rosso Mori, Comunisti Italiani, La Sinistra) hanno complessivamente raggiunto il 9.25%, pari a 75.535 voti. Le liste comuniste (PRC, PdCI) arrivano al 5.1%, pari a 41.375 voti. Un risultato che fa ben sperare in vista delle europee, dove solo chi supererà il 4% avrà una rappresentanza al Parlamento di Bruxelles.
Alle elezioni regionali del 2004 il PRC sfondò il 4% da solo, con il 4,09% e 34.142 voti. Nel 2009, il 3,16% (25.778 voti) segna una flessione non lieve. Si perdono 8.364 voti. Il PdCI cresce pochissimo dal punto di vista percentuale (dall’1,86% all’1,91%) mentre dal punto di vista assoluto perde una ventina di voti.
Il risultato di Rifondazione cambia notevolmente a seconda della provincia. Il disastro per il PRC è avvenuto a Cagliari. Siamo passati dal 4,62% (12.912 voti) del 2004 al 2,62% (7.066 voti) del 2009. In cinque anni si sono persi 5.846 voti. Il dato del comune di Cagliari è ancora più triste: nel 2004 il PRC si attestò nel capoluogo al 4.06% (3.407 voti), mentre nel 2009 si ferma al 2,03 (1.587 voti). Perdiamo 1.820 voti. Abbiamo più che dimezzato i consensi. Veniamo superati dai Rosso Mori (2.85%), da La Sinistra (2.75%) e i Comunisti Italiani prendono solamente 174 voti in meno del PRC.
L’analisi dei dati elettorali del PRC cagliaritano potrebbe continuare, per andare per esempio a constatare che, mentre diminuiscono di molto i voti al partito aumentano i voti di preferenza. Segno che l’intellettuale collettivo, di gramsciana memoria, non c’è più. Anzi. Si usa il partito come luogo di gestione del (piccolo) potere e non come luogo di costruzione di un gruppo dirigente diffuso e all’altezza. Ma, probabilmente, questo è stato l’errore più grave del peggior gruppo dirigente del PCI, quello berlingueriano, che ha in Luigi Cogodi un autorevole rappresentante.
Che fare? Innanzitutto, abbandonare la retorica sterile sull’autonomia, la rinascita, la rinaturalizzazione, l’art. 13 e le politiche attive del lavoro. Sono state sonoramente bocciate, dalla storia e dalle elezioni. Quanti posti di lavoro a tempo indeterminato hanno creato le cosiddette politiche attive per il lavoro, per esempio quelle dell’Agenzia Regionale per il lavoro?
I comunisti esistono perché hanno dimostrato scientificamente che la contraddizione che muove l’intera società è quella tra chi sfrutta e chi è sfruttato, tra il capitale e il lavoro. Il nostro compito è organizzare quelle lotte, e non pensare che le istituzioni possano risolvere i problemi del capitalismo. Il capitalismo si lotta creando egemonia e contro potere nella società, e le istituzioni sono solamente una parte della società (ricordate Gramsci?).
Agli operai di Eurallumina, e a tutti i metalmeccanici e i chimici che stanno per perdere il loro posto di lavoro, ai precari e ai disoccupati, dobbiamo proporre la lotta e forme di autorganizzazione. Per troppo tempo abbiamo pensato che un assessorato o un’agenzia potesse essere la soluzione. Non è mai stato così, e non lo sarà mai.
C’è bisogno di una profonda riflessione, della sinistra e dei comunisti. Una conferenza programmatica, che individui un nuovo blocco sociale e nuove forme organizzative, può essere un primo passo.
martedì 24 febbraio 2009
La sintesi necessaria per i Giovani Comunisti
di Alessandro Serra e Enrico Pellegrini
(coordinamento nazionale GC)
Facciamo il punto della situazione: l’8 febbraio l’intero esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti ha – in coerenza con la scelta scissionista della parte maggioritaria di Rifondazione per la Sinistra – rassegnato le dimissioni. Così hanno fatto pure i due portavoce e diversi altri compagni del coordinamento nazionale. In conseguenza di questo fatto eclatante, nel corso della stessa riunione del coordinamento, 16 compagni (espressione della maggioranza di Chianciano che governa il partito) hanno sottoscritto un dispositivo di condanna della scissione, proposto di rilanciare collegialmente l’organizzazione e di trovare le forme tramite cui definire un percorso che portasse alla IV Conferenza nazionale.
Nei giorni successivi è stato consegnato al Collegio nazionale di garanzia un ricorso che, a quanto ci è dato capire, obiettava circa le forme della convocazione del coordinamento nazionale, prodotta invece attraverso la richiesta – come da regolamento – di più di un terzo dei membri del coordinamento medesimo. In risposta al ricorso, la presidenza del Collegio di garanzia ha suggerito: a) di indicare Federico Tomasello (dimessosi da portavoce e da membro dell’esecutivo ma non da membro del coordinamento) come compagno titolato alla convocazione del coordinamento; b) di procedere alla sostituzione dei compagni usciti a causa della scissione con un numero di compagni tale da rispettare l’esito della conferenza dei Gc del 2006.
Contemporaneamente, alcuni dei 16 compagni che l’8 febbraio avevano sottoscritto il dispositivo ci hanno comunicato la loro intenzione di non partecipare al coordinamento che avevano concorso a convocare, in virtù dell’assenza – a loro dire – di condizioni politiche favorevoli alla individuazione di modalità condivise attraverso cui riorganizzare centralmente i Giovani Comunisti, e la loro intenzione di avallare la richiesta di reintegro avanzata dai compagni di Rps rimasti, sostenendo che essa dovesse essere estesa a tutti coloro che votarono alla III conferenza il documento “Rigenerazioni” (una parte dei quali all’ultimo congresso ha sostenuto la mozione n.1. un’altra parte la mozione n. 2).
Il 22 febbraio ci siamo dunque trovati di fronte ad un coordinamento privato del numero legale dalla scelta congiunta delle due parti del vecchio documento “Rigenerazioni” di impedire la discussione e l’attuazione concreta degli impegni assunti con il dispositivo dell’8 febbraio; e con un ricorso al collegio di garanzia praticamente accolto e da cui è scaturita una richiesta di commissariamento de facto dell’organizzazione giovanile (la quale, ricordiamo, godrebbe di una sua autonomia sia regolamentare e statutaria sia politica).
Sin qui la cronaca. E la denuncia di una situazione di stallo che ha, oltre che conseguenze esiziali per l’organizzazione (per rendersene conto basterebbe interpellare i coordinamenti provinciali e le realtà di movimento che in queste settimane attendono impazientemente che i Giovani Comunisti tornino a fare politica «a regime»), precise responsabilità politiche, in primo luogo di coloro che hanno disconosciuto quanto insieme stabilito.
Ma la cronaca e la denuncia non sono sufficienti. Urge un’assunzione di responsabilità di tutte e tutti. Un’assunzione di responsabilità che passi per la sintesi e l’accordo politico tra tutte le sensibilità dell’organizzazione e che scongiuri definitivamente il rischio che ogni singolo atto del coordinamento e delle sue maggioranze sia censurato e dichiarato illegittimo – tramite un ricorso all’organismo di garanzia del partito – da chi non lo condivide.
Sul piatto c’è una richiesta da parte dei compagni non scissionisti di Rifondazione per la Sinistra di un riequilibrio del coordinamento nazionale. Al contempo, c’è la necessità – individuata dal dispositivo dell’8 febbraio e riconosciuta dall’unanimità del coordinamento – di eleggere un organismo di transizione che rappresenti il più esattamente possibile la pluralità di posizioni presenti attualmente nell’organizzazione.
La proposta che noi avanziamo è di guardare avanti e trovare una sintesi che ci consenta di trarre, con un coordinamento nazionale da convocarsi entro metà marzo, l’organizzazione fuori dallo stallo nel quale si trova. Non lo diciamo per buonismo o per riproporre, come fosse una litania, la richiesta di una gestione collegiale e unitaria avanzata nel partito nei mesi scorsi. Lo diciamo perché l’alternativa (che si configurerebbe nell’impossibilità di riconvocare il coordinamento nazionale e nell’assenza di qualunque organismo in diritto di fare attività politica e di traghettare alla conferenza nazionale) è il baratro e l’affossamento definitivo di un’organizzazione il cui stato di salute è già pessimo.
di Alessandro Serra e Enrico Pellegrini
(coordinamento nazionale GC)
Facciamo il punto della situazione: l’8 febbraio l’intero esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti ha – in coerenza con la scelta scissionista della parte maggioritaria di Rifondazione per la Sinistra – rassegnato le dimissioni. Così hanno fatto pure i due portavoce e diversi altri compagni del coordinamento nazionale. In conseguenza di questo fatto eclatante, nel corso della stessa riunione del coordinamento, 16 compagni (espressione della maggioranza di Chianciano che governa il partito) hanno sottoscritto un dispositivo di condanna della scissione, proposto di rilanciare collegialmente l’organizzazione e di trovare le forme tramite cui definire un percorso che portasse alla IV Conferenza nazionale.Nei giorni successivi è stato consegnato al Collegio nazionale di garanzia un ricorso che, a quanto ci è dato capire, obiettava circa le forme della convocazione del coordinamento nazionale, prodotta invece attraverso la richiesta – come da regolamento – di più di un terzo dei membri del coordinamento medesimo. In risposta al ricorso, la presidenza del Collegio di garanzia ha suggerito: a) di indicare Federico Tomasello (dimessosi da portavoce e da membro dell’esecutivo ma non da membro del coordinamento) come compagno titolato alla convocazione del coordinamento; b) di procedere alla sostituzione dei compagni usciti a causa della scissione con un numero di compagni tale da rispettare l’esito della conferenza dei Gc del 2006.
Contemporaneamente, alcuni dei 16 compagni che l’8 febbraio avevano sottoscritto il dispositivo ci hanno comunicato la loro intenzione di non partecipare al coordinamento che avevano concorso a convocare, in virtù dell’assenza – a loro dire – di condizioni politiche favorevoli alla individuazione di modalità condivise attraverso cui riorganizzare centralmente i Giovani Comunisti, e la loro intenzione di avallare la richiesta di reintegro avanzata dai compagni di Rps rimasti, sostenendo che essa dovesse essere estesa a tutti coloro che votarono alla III conferenza il documento “Rigenerazioni” (una parte dei quali all’ultimo congresso ha sostenuto la mozione n.1. un’altra parte la mozione n. 2).
Il 22 febbraio ci siamo dunque trovati di fronte ad un coordinamento privato del numero legale dalla scelta congiunta delle due parti del vecchio documento “Rigenerazioni” di impedire la discussione e l’attuazione concreta degli impegni assunti con il dispositivo dell’8 febbraio; e con un ricorso al collegio di garanzia praticamente accolto e da cui è scaturita una richiesta di commissariamento de facto dell’organizzazione giovanile (la quale, ricordiamo, godrebbe di una sua autonomia sia regolamentare e statutaria sia politica).
Sin qui la cronaca. E la denuncia di una situazione di stallo che ha, oltre che conseguenze esiziali per l’organizzazione (per rendersene conto basterebbe interpellare i coordinamenti provinciali e le realtà di movimento che in queste settimane attendono impazientemente che i Giovani Comunisti tornino a fare politica «a regime»), precise responsabilità politiche, in primo luogo di coloro che hanno disconosciuto quanto insieme stabilito.
Ma la cronaca e la denuncia non sono sufficienti. Urge un’assunzione di responsabilità di tutte e tutti. Un’assunzione di responsabilità che passi per la sintesi e l’accordo politico tra tutte le sensibilità dell’organizzazione e che scongiuri definitivamente il rischio che ogni singolo atto del coordinamento e delle sue maggioranze sia censurato e dichiarato illegittimo – tramite un ricorso all’organismo di garanzia del partito – da chi non lo condivide.
Sul piatto c’è una richiesta da parte dei compagni non scissionisti di Rifondazione per la Sinistra di un riequilibrio del coordinamento nazionale. Al contempo, c’è la necessità – individuata dal dispositivo dell’8 febbraio e riconosciuta dall’unanimità del coordinamento – di eleggere un organismo di transizione che rappresenti il più esattamente possibile la pluralità di posizioni presenti attualmente nell’organizzazione.
La proposta che noi avanziamo è di guardare avanti e trovare una sintesi che ci consenta di trarre, con un coordinamento nazionale da convocarsi entro metà marzo, l’organizzazione fuori dallo stallo nel quale si trova. Non lo diciamo per buonismo o per riproporre, come fosse una litania, la richiesta di una gestione collegiale e unitaria avanzata nel partito nei mesi scorsi. Lo diciamo perché l’alternativa (che si configurerebbe nell’impossibilità di riconvocare il coordinamento nazionale e nell’assenza di qualunque organismo in diritto di fare attività politica e di traghettare alla conferenza nazionale) è il baratro e l’affossamento definitivo di un’organizzazione il cui stato di salute è già pessimo.
martedì 17 febbraio 2009
La svolta dei Giovani Comunisti
Comunicato stampa.
Roma, 10 febbraio 2009.
PRC. GIOVANI COMUNISTI: VENDOLIANI ESCONO, MAGGIORANZA DEL PARTITO
RILANCIA IMPEGNO PER COSTRUZIONE MOVIMENTO GIOVANILE.
"SCISSIONE DI CETO POLITICO, LAVORIAMO PER IV CONFERENZA DEI GC".

Al termine del coordinamento nazionale dei Giovani Comunisti,
organizzazione giovanile del Prc, nel corso del quale l'esecutivo
nazionale uscente, di area vendoliana, ha rassegnato le dimissioni e
ufficializzato la scelta di uscire dal partito, 16 membri su 27 del
coordinamento (quindi la maggioranza assoluta) hanno sottoscritto un
documento che impegna al rilancio dei Gc.
Tra questi l'area Essere Comunisti (coordinata da Simone Oggionni,
membro della direzione nazionale del Prc), una parte che si riconosce
nella linea politica del segretario nazionale (Amedeo Babusci), Falce
e Martello (Dario Salvetti) e compagni della terza mozione
congressuale (Maringiò e Maffione).
Nel testo approvato si giudica «grave e politicamente sbagliata la
scissione, perché fondata su di una prospettiva politica che abbandona
l'obiettivo della rifondazione comunista e abbraccia il progetto
moderato di una sinistra non autonoma dal Partito democratico. A
questo si accompagna il paradosso di chi, in nome dell'unità della
sinistra (necessità importante, che proprio per questo andrebbe
perseguita con ben altre modalità), consuma l'ennesima spaccatura, con
la conseguenza immediata di indebolire il Prc, e cioè il perno
fondamentale dello schieramento della sinistra di alternativa».
«All'interno delle/i Gc – si legge ancora nel testo - tale scissione
mostra, ancor più che nel Partito, il suo carattere verticistico e la
sua sostanza di operazione di ceto politico che crediamo avrà
riscontri contenuti a livello territoriale. L'esperienza delle/i
Giovani Comuniste/i non si conclude con questa scissione di ceto
politico, anzi, da oggi i Gc rilanciano con grande forza la loro
iniziativa politica e sociale».
La maggioranza del coordinamento nazionale Gc rimane quindi con il Prc
e si impegna a portare l'organizzazione alla IV Conferenza nazionale
entro la fine di novembre 2009.
Per garantire la gestione provvisoria dell'organizzazione il prossimo
coordinamento voterà un organismo di transizione e di garanzia.
--
Ufficio stampa Prc
Roma, 10 febbraio 2009.
PRC. GIOVANI COMUNISTI: VENDOLIANI ESCONO, MAGGIORANZA DEL PARTITO
RILANCIA IMPEGNO PER COSTRUZIONE MOVIMENTO GIOVANILE.
"SCISSIONE DI CETO POLITICO, LAVORIAMO PER IV CONFERENZA DEI GC".

Al termine del coordinamento nazionale dei Giovani Comunisti,
organizzazione giovanile del Prc, nel corso del quale l'esecutivo
nazionale uscente, di area vendoliana, ha rassegnato le dimissioni e
ufficializzato la scelta di uscire dal partito, 16 membri su 27 del
coordinamento (quindi la maggioranza assoluta) hanno sottoscritto un
documento che impegna al rilancio dei Gc.
Tra questi l'area Essere Comunisti (coordinata da Simone Oggionni,
membro della direzione nazionale del Prc), una parte che si riconosce
nella linea politica del segretario nazionale (Amedeo Babusci), Falce
e Martello (Dario Salvetti) e compagni della terza mozione
congressuale (Maringiò e Maffione).
Nel testo approvato si giudica «grave e politicamente sbagliata la
scissione, perché fondata su di una prospettiva politica che abbandona
l'obiettivo della rifondazione comunista e abbraccia il progetto
moderato di una sinistra non autonoma dal Partito democratico. A
questo si accompagna il paradosso di chi, in nome dell'unità della
sinistra (necessità importante, che proprio per questo andrebbe
perseguita con ben altre modalità), consuma l'ennesima spaccatura, con
la conseguenza immediata di indebolire il Prc, e cioè il perno
fondamentale dello schieramento della sinistra di alternativa».
«All'interno delle/i Gc – si legge ancora nel testo - tale scissione
mostra, ancor più che nel Partito, il suo carattere verticistico e la
sua sostanza di operazione di ceto politico che crediamo avrà
riscontri contenuti a livello territoriale. L'esperienza delle/i
Giovani Comuniste/i non si conclude con questa scissione di ceto
politico, anzi, da oggi i Gc rilanciano con grande forza la loro
iniziativa politica e sociale».
La maggioranza del coordinamento nazionale Gc rimane quindi con il Prc
e si impegna a portare l'organizzazione alla IV Conferenza nazionale
entro la fine di novembre 2009.
Per garantire la gestione provvisoria dell'organizzazione il prossimo
coordinamento voterà un organismo di transizione e di garanzia.
--
Ufficio stampa Prc
giovedì 18 dicembre 2008
METTIAMO IL 1969 E NON IL MURO DI BERLINO SULLA NOSTRA TESSERA
Nei giorni scorsi è stata presentata alla segreteria nazionale la bozza di tessera 2009 dei/delle Giovani Comunisti/e. Sul fronte compare l’immagine del muro di Berlino che, all’indomani della riapertura della frontiera, viene scavalcato da un gruppo di ragazzi in festa. Sul retro, invece, c’è l’immagine di un’assemblea di movimento, con decine di giovani in cerchio in una qualche università occupata. L’obiettivo ci pare chiaro.

Si vogliono accomunare questi due avvenimenti: come vent’anni fa un’onda di libertà e democrazia travolse il cosiddetto «socialismo reale», oggi l’Onda travolge la politica e la società italiana. Non è in questione, per quanto ci riguarda, un approccio critico verso la storia dei Paesi dell'Est. Il problema sono gli intenti con cui lo si esprime. Anche Occhetto, sciogliendo il Pci, criticò radicalmente quell’esperienza, ma con l'obiettivo di spostare ulteriormente a destra il baricentro del partito. Oggi il Partito Democratico è il figlio legittimo di quell'impianto ideologico e allo stesso tempo, non casualmente, propugnatore del sistema bipolare.
Di fronte alla possente campagna ideologica anticomunista che verrà lanciata dai media, approfittando per l'appunto del ventesimo anniversario della caduta del muro, i/le Giovani Comunisti/e dovrebbero avere il compito di lanciare una campagna politica capace di indagare criticamente, con atteggiamenti né apologetici né liquidatori, le ragioni di quel crollo e di mettere in evidenza come la restaurazione del libero mercato nei Paesi dell'Est sia coinciso, al di là di ogni giudizio di merito, con l’affermazione del modello capitalistico e con la radicalizzazione della violenza in esso immanente.
Per questo il crollo del muro di Berlino ha un valore simbolico rilevantissimo ed è diventato l’icona del trionfo del capitalismo. L’evento che avrebbe dovuto (secondo gli ideologi del capitale) «chiudere la storia» e inaugurare una nuova epoca di pace e prosperità ha aperto le porte ad un ciclo cupo di guerre, di diffusione epidemica della povertà, di distruzione dei diritti, di accentramento oligarchico delle leve del potere.
Oggi quest’illusione giunge al capolinea. Perché, allora, riprendere sulle nostre tessere l’evento che la simbolizza? Perché trasformare nell’emblema di chi lotta per il cambiamento un evento così problematico? Non ci dice nulla il fatto che diverse organizzazioni politiche di destra abbiano costruito in questi anni almeno una tessera, un manifesto, un volantino, una iniziativa pubblica intorno a quell’evento, riconoscendolo – nei fatti – come un simbolo (forse il simbolo) dell’anticomunismo militante?
Non vorremmo che il fine di una simile scelta fosse provocare scientemente la sensibilità di migliaia di compagne e compagne, inducendoli a desistere dal rinnovare l’iscrizione all’organizzazione. Del resto, non è un caso che la proposta non sia emersa al termine di un dibattito e di un confronto in coordinamento nazionale in cui ciascun iscritto e ciascuna iscritta si fosse potuto esprimere rispetto all’icona che meglio rappresentasse il nostro pensiero e il nostro agire politico.
Per parte nostra l’iscrizione all’organizzazione non è in discussione. Anzi, oggi più che mai ci sentiamo coinvolti in un’impresa politica – rafforzare i/le Giovani Comuniste/i – a cui tutti noi quotidianamente contribuiamo. Per questo avanziamo, costruttivamente, una richiesta ben precisa: valorizziamo (richiamandolo graficamente) un altro anniversario, il quarantennale del 1969, di quella straordinaria annata di conflitto sociale e politico animata dall’intreccio delle lotte di lavoratori e studenti. Oltre che una scelta più fortunata, potrebbe essere un buon auspicio per l’oggi. L’unità tra lavoratori e studenti: ecco la nostra storia, ecco l’obiettivo a cui crediamo debba guardare la straordinaria Onda in campo in questi mesi e, con essa, la nostra organizzazione.
Invia la tua adesione a: cambialatessera@gmail.com

Si vogliono accomunare questi due avvenimenti: come vent’anni fa un’onda di libertà e democrazia travolse il cosiddetto «socialismo reale», oggi l’Onda travolge la politica e la società italiana. Non è in questione, per quanto ci riguarda, un approccio critico verso la storia dei Paesi dell'Est. Il problema sono gli intenti con cui lo si esprime. Anche Occhetto, sciogliendo il Pci, criticò radicalmente quell’esperienza, ma con l'obiettivo di spostare ulteriormente a destra il baricentro del partito. Oggi il Partito Democratico è il figlio legittimo di quell'impianto ideologico e allo stesso tempo, non casualmente, propugnatore del sistema bipolare.
Di fronte alla possente campagna ideologica anticomunista che verrà lanciata dai media, approfittando per l'appunto del ventesimo anniversario della caduta del muro, i/le Giovani Comunisti/e dovrebbero avere il compito di lanciare una campagna politica capace di indagare criticamente, con atteggiamenti né apologetici né liquidatori, le ragioni di quel crollo e di mettere in evidenza come la restaurazione del libero mercato nei Paesi dell'Est sia coinciso, al di là di ogni giudizio di merito, con l’affermazione del modello capitalistico e con la radicalizzazione della violenza in esso immanente.
Per questo il crollo del muro di Berlino ha un valore simbolico rilevantissimo ed è diventato l’icona del trionfo del capitalismo. L’evento che avrebbe dovuto (secondo gli ideologi del capitale) «chiudere la storia» e inaugurare una nuova epoca di pace e prosperità ha aperto le porte ad un ciclo cupo di guerre, di diffusione epidemica della povertà, di distruzione dei diritti, di accentramento oligarchico delle leve del potere.
Oggi quest’illusione giunge al capolinea. Perché, allora, riprendere sulle nostre tessere l’evento che la simbolizza? Perché trasformare nell’emblema di chi lotta per il cambiamento un evento così problematico? Non ci dice nulla il fatto che diverse organizzazioni politiche di destra abbiano costruito in questi anni almeno una tessera, un manifesto, un volantino, una iniziativa pubblica intorno a quell’evento, riconoscendolo – nei fatti – come un simbolo (forse il simbolo) dell’anticomunismo militante?
Non vorremmo che il fine di una simile scelta fosse provocare scientemente la sensibilità di migliaia di compagne e compagne, inducendoli a desistere dal rinnovare l’iscrizione all’organizzazione. Del resto, non è un caso che la proposta non sia emersa al termine di un dibattito e di un confronto in coordinamento nazionale in cui ciascun iscritto e ciascuna iscritta si fosse potuto esprimere rispetto all’icona che meglio rappresentasse il nostro pensiero e il nostro agire politico.
Per parte nostra l’iscrizione all’organizzazione non è in discussione. Anzi, oggi più che mai ci sentiamo coinvolti in un’impresa politica – rafforzare i/le Giovani Comuniste/i – a cui tutti noi quotidianamente contribuiamo. Per questo avanziamo, costruttivamente, una richiesta ben precisa: valorizziamo (richiamandolo graficamente) un altro anniversario, il quarantennale del 1969, di quella straordinaria annata di conflitto sociale e politico animata dall’intreccio delle lotte di lavoratori e studenti. Oltre che una scelta più fortunata, potrebbe essere un buon auspicio per l’oggi. L’unità tra lavoratori e studenti: ecco la nostra storia, ecco l’obiettivo a cui crediamo debba guardare la straordinaria Onda in campo in questi mesi e, con essa, la nostra organizzazione.
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