di Alessandro Serra e Enrico Pellegrini
(coordinamento nazionale GC)

Nei giorni successivi è stato consegnato al Collegio nazionale di garanzia un ricorso che, a quanto ci è dato capire, obiettava circa le forme della convocazione del coordinamento nazionale, prodotta invece attraverso la richiesta – come da regolamento – di più di un terzo dei membri del coordinamento medesimo. In risposta al ricorso, la presidenza del Collegio di garanzia ha suggerito: a) di indicare Federico Tomasello (dimessosi da portavoce e da membro dell’esecutivo ma non da membro del coordinamento) come compagno titolato alla convocazione del coordinamento; b) di procedere alla sostituzione dei compagni usciti a causa della scissione con un numero di compagni tale da rispettare l’esito della conferenza dei Gc del 2006.
Contemporaneamente, alcuni dei 16 compagni che l’8 febbraio avevano sottoscritto il dispositivo ci hanno comunicato la loro intenzione di non partecipare al coordinamento che avevano concorso a convocare, in virtù dell’assenza – a loro dire – di condizioni politiche favorevoli alla individuazione di modalità condivise attraverso cui riorganizzare centralmente i Giovani Comunisti, e la loro intenzione di avallare la richiesta di reintegro avanzata dai compagni di Rps rimasti, sostenendo che essa dovesse essere estesa a tutti coloro che votarono alla III conferenza il documento “Rigenerazioni” (una parte dei quali all’ultimo congresso ha sostenuto la mozione n.1. un’altra parte la mozione n. 2).
Il 22 febbraio ci siamo dunque trovati di fronte ad un coordinamento privato del numero legale dalla scelta congiunta delle due parti del vecchio documento “Rigenerazioni” di impedire la discussione e l’attuazione concreta degli impegni assunti con il dispositivo dell’8 febbraio; e con un ricorso al collegio di garanzia praticamente accolto e da cui è scaturita una richiesta di commissariamento de facto dell’organizzazione giovanile (la quale, ricordiamo, godrebbe di una sua autonomia sia regolamentare e statutaria sia politica).
Sin qui la cronaca. E la denuncia di una situazione di stallo che ha, oltre che conseguenze esiziali per l’organizzazione (per rendersene conto basterebbe interpellare i coordinamenti provinciali e le realtà di movimento che in queste settimane attendono impazientemente che i Giovani Comunisti tornino a fare politica «a regime»), precise responsabilità politiche, in primo luogo di coloro che hanno disconosciuto quanto insieme stabilito.
Ma la cronaca e la denuncia non sono sufficienti. Urge un’assunzione di responsabilità di tutte e tutti. Un’assunzione di responsabilità che passi per la sintesi e l’accordo politico tra tutte le sensibilità dell’organizzazione e che scongiuri definitivamente il rischio che ogni singolo atto del coordinamento e delle sue maggioranze sia censurato e dichiarato illegittimo – tramite un ricorso all’organismo di garanzia del partito – da chi non lo condivide.
Sul piatto c’è una richiesta da parte dei compagni non scissionisti di Rifondazione per la Sinistra di un riequilibrio del coordinamento nazionale. Al contempo, c’è la necessità – individuata dal dispositivo dell’8 febbraio e riconosciuta dall’unanimità del coordinamento – di eleggere un organismo di transizione che rappresenti il più esattamente possibile la pluralità di posizioni presenti attualmente nell’organizzazione.
La proposta che noi avanziamo è di guardare avanti e trovare una sintesi che ci consenta di trarre, con un coordinamento nazionale da convocarsi entro metà marzo, l’organizzazione fuori dallo stallo nel quale si trova. Non lo diciamo per buonismo o per riproporre, come fosse una litania, la richiesta di una gestione collegiale e unitaria avanzata nel partito nei mesi scorsi. Lo diciamo perché l’alternativa (che si configurerebbe nell’impossibilità di riconvocare il coordinamento nazionale e nell’assenza di qualunque organismo in diritto di fare attività politica e di traghettare alla conferenza nazionale) è il baratro e l’affossamento definitivo di un’organizzazione il cui stato di salute è già pessimo.