
Dopo la lite a Bologna scoppia il «caso Penati». Per i democratici «è impensabile allearsi col partito di Ferrero». Ma i rifondaroli vogliono rimanere in giunta e insistono su un'improbabile «unità» Il segretario provinciale Casati: «No a alleanze eterogenee». Sd si accoda: «Basta comunisti, ci vuole una sinistra nuova»
Alessandro Braga
MILANO
«Quella è la porta». Non ha detto proprio così, ma poco ci è mancato. E con una nemmeno tanto gentile perifrasi il segretario provinciale milanese del Partito democratico Ezio Casati ha chiuso definitivamente i giochi su una, ormai da tempo impossibile, alleanza tra il Pd e Rifondazione comunista in previsione delle prossime elezioni provinciali meneghine previste per la primavera del 2009. «Con la vittoria congressuale di Paolo Ferrero ha vinto la parte del non governo. Non sono disposto a pensare a un programma di 258 pagine in cui ci sia dentro tutto e il contrario di tutto», ha detto Casati. Insomma, una riedizione di una coalizione «così come è stata fatta nel 2004 sarà molto difficile». Avrebbe tranquillamente potuto dire impossibile, ma meglio non esagerare, anche perché nell'ultima tornata amministrativa provinciale milanese, quella che ha portato Filippo Penati a palazzo Isimbardi, il Prc, in un boom elettorale impensabile in questo momento, aveva portato in dote alla coalizione di centrosinistra un bottino di circa due milioni di voti, risultati fondamentali per sconfiggere la destra. Ma le dichiarazioni di Casati suonano in ogni caso come una porta sbattuta in faccia senza troppi complimenti al Prc. Se si dovesse rendere la situazione in una striscia a fumetti si vedrebbe insomma un enorme «Slam!» a tutta pagina. E, ciliegina su una torta ormai rancida, ci si è messa pure la coordinatrice provinciale di Sinistra democratica Chiara Cremonesi: «Serve una sinistra nuova, che si ponga l'obiettivo del governo. Il Prc con l'ultimo congresso ha fatto una scelta identitaria e antagonista, noi non ci stiamo». In chiave fumettistica, un'altro, fragoroso, «Slam!».Segnali che facevano presagire il finale ce n'erano già stati in passato, e parecchi. Da mesi il presidente-sceriffo milanese Filippo Penati sta facendo a gara con la Lega al giochino «chi è più di destra». E non fosse per il fatto che il copyright sulle uscite razziste nel panorama italiano spetta ormai da un paio di decenni ai Lumbard, con campioni a livello continentale, come l'europarlamentare Mario Borghezio (quello che disinfettava i treni dove salivano le prostitute di colore), o l'ormai tanto declamato «uomo del dialogo bipartisan» Roberto Calderoli e le sue passeggiate con suino a seguito nelle aree dove si dovevano costruire delle moschee, l'uomo di palazzo Isimbardi avrebbe anche potuto vincere la sfida. Le sue ultime uscite, dall'attuazione del codice della strada per impedire ai musulmani di viale Jenner di pregare sui marciapiedi il venerdì all'enfasi securitaria con cui ha accolto i provvedimenti del governo Berlusconi sui militari nelle strade, alle dichiarazioni anti-rom fatte nell'ultimo periodo, erano tutti tasselli di un progetto finalizzato a mettere la sinistra in un angolo, costringendola al bivio «rompere con il Partito democratico» o «apparire come lo scendiletto di Penati di fronte alla deriva destrorsa del presidente».Gli unici che sembra non se ne siano ancora accorti sono proprio i rifondaroli milanesi. Che ancora ieri, per bocca del segretario provinciale Antonello Patta, hanno chiesto la verifica del programma, così come deciso da una riunione dei segretari provinciali il 30 luglio scorso, ponendo l'ennesimo «penultimatum». «Gli accordi si verificano sui programmi - ha detto Patta - ai primi di settembre abbiamo in agenda un incontro in Provincia in cui metteremo sul tavolo i nostri paletti per continuare a far parte della maggioranza che governa palazzo Isimbardi: che l'acqua resti pubblica, un secco No alla svendita dei terreni del parco sud alle brame edilizie del sindaco Moratti e, soprattutto, chiare politiche sociali a favore dei rom e dei migranti». Perché, «di fronte a dichiarazioni sbagliate di un presidente, che a livello amministrativo non hanno però conseguenze pratiche, l'unico modo per contare e essere fondamentali è restare uniti». Ai primi di settembre si vedrà chi chiuderà la porta in faccia a chi. A livello nazionale una cosa simile si è già vista: il risultato ottenuto è al governo.
il manifesto, 27/08/2008